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Quale donna per la giornata dell’8 marzo iblea?

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A un rapido confronto con altre culture e con altri angoli di questo pianeta sembrerebbe non esserci storia: le donne altrove se la passano decisamente peggio che da noi. Un’opprimente cappa di misoginia condiziona la vita quotidiana delle donne dei paesi islamici, negando loro diritti elementari che da noi sono ormai dati per scontati. Emblematico il caso del diritto di voto in Arabia Saudita concesso sulla carta due anni fa, ma soggetto a tutte le limitazioni imposte tuttora alle donne tra cui il divieto di parlare in pubblico laddove sono presenti maschi e quello di guidare per recarsi al seggio elettorale. E che dire della condizione femminile in India: matrimoni precoci, stupri quotidiani e doti nuziali che possono diventare vere e proprie condanne a morte.

Tuttavia, una certa cultura maschilista è ancora radicata anche nella nostra società ritenuta progredita, o almeno tale in relazione alle realtà di cui sopra. E non lo si vede solo nelle cronache di tutti i giorni, che pure parlano di casi drammatici di violenza contro le donne. Lo si vede anche in contesti dove non ce lo si aspetterebbe, come quello della giornata internazionale dell’8 marzo, celebrativa proprio della lotta per l’emancipazione femminile. E allora viene da chiedersi cosa esattamente si sta celebrando.

Capita così di aprire un giornale come La Sicilia alle pagine della cronaca di Ragusa, edizione del 7 marzo, e vedere un riquadro che annuncia un documentario storico sulle donne iblee con al centro una foto in bianco e nero. In primo piano una sposa. E a quel punto ci si chiede perché sia stata scelta proprio quella foto, perché una sposa dall’aria felice, un’immagine così stereotipata. Possibile che non ci fossero altre foto disponibili? Anche in occasione della giornata della donna questa dev’essere accostata all’immagine di sposa e madre? È stata una cosa voluta o si è trattato solo di disattenzione? Non che in quest’ultimo caso vi siano attenuanti, quando si fa comunicazione per mestiere certi dettagli non possono essere trascurati.

Capita anche di ricevere la notizia che in quel di Ispica l’assessorato alle politiche sociali ha patrocinato l’iniziativa “Donne in corsa” del movimento Non una di meno, organizzatore tra l’altro su scala globale del primo sciopero delle donne nella giornata dell’8 marzo. Detta così si tratterebbe di un merito dell’assessorato, questo è esattamente quello che ci si aspetterebbe nell’ambito della celebrazione internazionale. L’iniziativa in questione si è articolata in due momenti: prima una camminata, da cui il titolo, e poi un incontro con un sociologo prete in una ex chiesa dal titolo “Uomo – Donna, differenze (in)esistenti”. E qui cadono le braccia; come si può parlare della donna negandone le peculiarità fin dal titolo? Forse si potrebbe dire che non esistono differenze quando si parla di diritti umani fondamentali, perché già scendendo nello specifico esistono diritti propri delle donne così come esistono diritti propri degli uomini. Ignorare le differenze non è affatto il modo corretto di approcciare il problema, semmai le differenze vanno valorizzate. Le persone vanno educate al rispetto delle differenze, non alla loro negazione. E comunque, già il solo parlare di donne ponendole in relazione all’uomo è esattamente quello che non si vorrebbe sentire l’8 marzo.

Come se non bastasse già questo, capita anche di scoprire che proprio il giorno 8 marzo si è tenuto a Ragusa il congresso interregionale dell’Associazione Mogli Medici Italiani. Che è un’associazione filantropica, che sarà anche piena di meriti, ma l’idea stessa che un’associazione raggruppi solo donne sposate a medici è di per sé l’antitesi di tutto quello che l’8 marzo dovrebbe rappresentare. Per i mariti delle mogli medico esiste un’associazione analoga? E con le unioni civili e i medici gay come la mettiamo? Normalmente la notizia che tra le attività finanziate da queste donne c’è un progetto di medicina e farmacologia di genere desterebbe quantomeno curiosità, ma dopo tutto quello che si è letto perfino questo passa in secondo piano. Rimane solo una domanda: quale donna esattamente celebriamo l’8 marzo? E quanti 8 marzo dovranno passare prima di poter dire che anche l’ultimo stereotipo è caduto?

Massimo Maiurana

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